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A Luigino piace stupire e tutto parte da una sera a cena da Checco con Nico Messina e Dino Meneghin. Si parla dei vecchi tempi, del Simmenthal, e ci si ricorda di Giulio Jellini: mai dare un’idea a Luigino. Qualche settimana dopo, il playmaker degli scudetti e delle Coppe Campioni è il nuovo allenatore di un Derthona Basket che col bilancio davanti agli occhi cerca la salvezza in C1 e nuovi talenti dal settore giovanile. Bellani e Fradagrada sono gli innesti, Andrea Ablatico il Presidente ma sono gli anni dei Quattro dell’Ave Maria: Tava-De Ros-Barabino-Moncalvi, in rigoroso ordine numerico, il 4, il 10, il 13 e il 14 collezionano imprese una dietro l’altra caricandosi sulle spalle il peso di otto, interminabili anni di C1 consecutivi.
Al Palazzetto la luce è quella che è, il fondo non proprio da Madison Square Garden e nel tempo cadono corazzate come l’Alessandria di Caneva in un derby da annali, il Castelletto di Barantani, il Saronno di Leva e Ferrario: il copione è sempre lo stesso, stare in partita e colpire nel finale quando tutti i rimbalzi, tutte le palle sporche finiscono nelle mani giuste.

Storia Derthona Basket 90

Si vince spesso, anche a livello femminile e la promozione in serie B è il fiore all’occhiello di un gruppo che Stefano Orsi ha rinforzato con la Mantovan, la Codevilla e Chiara Dallera, tortonese d’adozione pure lei: è il contributo rosa ad un movimento che raccoglie successi sul finire degli anni ’90 quando il basket continua ad evolvere diventando sempre più gioco per atleti moderni, per signori di due metri che palleggiano, corrono e tirano alla stessa maniera. Non più 30, ma 24 secondi per andare al tiro, non più due tempi ma quattro periodi, solo 8 secondi per passare la metacampo: è quello che serve alla X generation, ai nuovi miti Kobe Bryant, Allen Iverson, Shaquille O’Neal, Kevin Garnett e alle nuove leve di casa nostra. Il gruppo 1983-84-85 fa parlare di sé, Barco-Beraghi-Campeggi e Palenzona sono campioni italiani di categoria nel 3-contro-3 e a turno assaggiano i primi pezzi di prima squadra, di una squadra che sarà loro nel perfetto stile del ricambio generazionale.

Il nuovo millennio si apre con la salvezza a Bra, con l’ossimoro di una gioia triste, negli spogliatoi di un palazzetto che tante volte ci ha visti ospiti e che, guarda caso, da quel giorno non vedremo più. E’ come se qualcuno sapesse che non vogliamo tornarci a Bra, non vogliamo tornare dove Mario Armana ci disse che non avrebbe più allenato, sapendo che lo aspettava un’altra sfida senza canestri, senza lavagnette e senza difese da preparare. Il 15 gennaio del 2001, il “Prof” ci lascia orfani della sua saggezza, del suo stile, del suo umorismo, della sua classe da gentiluomo dello sport e quel giorno freddo, nella Cattedrale, ci sono tutti coloro che da lui hanno imparato a vivere prima che a fare un arresto e tiro.

Col suo ricordo nel cuore, e il figlio Marco a giocare i primi minuti di carriera, il Derthona passa nelle mani di Angelo Franzosi, Presidente per un triennio, e gli acquisti di Meneghin e Rotasperti si aggiungono all’elenco dei grandi stranieri passati di qua. De Ros e Barabino hanno detto basta , mentre Tava è capitano e depositario della tortonesità con Picchi e Moncalvi: arriva anche la soddisfazione di giocare i playoff in C1 ma è l’ultimo giro di giostra di una generazione storica perché non basta il ritorno di Massimo Codevilla a salvarci nel 2004. Si ritorna in C2, si riparte da capo, col futuro nelle mani dei ragazzi di oggi.

Ad Atene ci prendiamo l’argento olimpico quando Basile e Galanda distruggono la corazzata lituana sotto una pioggia di triple, mentre in Italia è l’epoca di Treviso targata Benetton e dell’apertura totale agli stranieri, effetto della famigerata legge Bosman che arriva fin da noi.
Tornare in C2 dopo 8 anni è l’occasione per ripartire facendo le cose in casa: tra Tava, Moncalvi, e Lonardo da una parte e Campeggi, Barco e Beraghi dall’altra sorge un mix strano ma vincente con Marco Picchi a fare da ponte tra due generazioni di cestisti che proprio al Palazzetto hanno imparato a palleggiare. Sono anni che partono in sordina ma che diventano belli cammin facendo quando anche Armana e Martinelli fanno ritorno alla base portandoci sempre fino in fondo, a due finali in quattro anni, anche dopo gli addii di Moncalvi e di Roberto Tava che diventa difficile, dopo 22 stagioni, non consideare il più grande di sempre.
Arriviamo anche noi al parquet, in una palestra che porta il nome giusto e ci giocano gli stranieri, stavolta di nome e di fatto: Liba Meatchi arriva dal Togo, Gaston Campana è un califfo della pampa argentina, Ronnie Gordon arriva dalla Scozia ma non fa il rugbysta, Carlos Vasquez ama il sole di Santo Domingo.
Il resto è storia di oggi.

Di un Palazzetto di nuovo esaurito come un tempo, di un altro Tava presidente, di Luigino sempre carico come una molla, di Gabatelli che in questi anni ci è mancato, dei giocatori di ieri dirigenti di oggi, dei dirigenti di ieri tifosi di sempre, di Marco Ghisolfi che vorrebbe portarci un’altra volta in alto, come ha fatto quella sera con Carpi.
Allena Edo Gatti che è uno di noi, e in campo c’è una leggenda che al secolo fa Naumoski Petar. I suoi punti, i suoi assist, i suoi tiri hanno già cominciato a deliziarci nella convinzione che saprà mostrarci la strada verso la vittoria: ma forse, la speranza più grande, è che anche un campione come lui se ne vada sentendosi parte della nostra grande famiglia.

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