Share Button

< Torna alla Storia

Siamo a metà anni Ottanta, nel bel mezzo della rivalità storica tra Lakers e Celtics, tra lo showtime di Hollywood e l’orgoglio dei figli degli Irlandesi. Dan Peterson, storico coach di quel Simac Milano che conquista due Coppe Campioni consecutive, sfrutta le emittenti private per farci vedere un basket che ci sembra lontano anni luce e che invece si sta sempre più avvicinando se è vero che gente come Bob McAdoo e George Gervin decide di chiudere la carriera sui nostri parquet.

E’ un Derthona new generation, c’è Roberto Gabatelli dietro la scrivania ma non solo perché il “Gaba” è la colonna portante di tutto il movimento e con lui in campo arrivano i ragazzi terribili che hanno spopolato a livello giovanile: sono i Tava, i Barabino, i Rovere, i Tasca e ad allenarli non può che essere il maestro di sempre. Armana per Caenazzo significa anche un cambio radicale di filosofia e si passa da un basket fatto di corri e tira di slava matrice al passing game dai ritmi più bassi del Mario. L’attenzione ai particolari, l’impronta di organizzazione difensiva, i primi videotape, la conoscenza maniacale delle caratteristiche avversarie: il coaching del Professore è un salto nel futuro e a Tortona la delusione per l’annata storta dura lo spazio di un mattino se è vero che nel 1986 si sfiora la promozione in B2 dopo un campionato esaltante. Barberis e Piscedda sono gli stranieri, De Ros, Cermelli e Lonardo le colonne che si arrendono solo all’Astense di Arucci e Frediani .

Storia Derthona Basket 80

In epoche di grandi abbinamenti tra aziende e società sportive, siamo una mosca bianca, giochiamo a maglie “vuote” ma la nostra debolezza diventa la nostra forza. Il Presidente Ghisolfi gioca la carta di un pool di sponsor, tante realtà che contribuiscono al progetto comune e si genera entusiasmo crescente: le tribune montate per la sera di Derthona-Carpi restano al loro posto e sembrano sempre troppo piccole perché i leoni giocano ogni domenica in sei, spinti dal chiasso e dal calore del Camagna.

Le domeniche pomeriggio al Palazzetto diventano un must, per vedere Gibertini, Pollicardo, Celenza che spingono la nostra nave per tre viaggi consecutivi ad un passo dal porto agognato della Serie B. Giovanni Lonardo è il nostro Charles Barkley, ha impatto fisico, doti tecniche e vive i suoi anni buoni giocando da secondo lungo atipico accanto a pivot vecchio stampo ma non è il solo tortonese a darci gioie perché le ragazze di Dino Canegallo non perdono per un anno filato e si meritano titoli a nove colonne. Sara Orsi, Roberta Greggio, Antonella Gazzaniga, Manuela Franzin: altro gruppo, altro sesso, ma sempre Tortona docet e siamo al 1989, all’anno in cui lo scudetto va a Milano nel finale infuocato di Livorno, col tiro di Forti mezzo secondo prima o mezzo secondo dopo la fatidica sirena.

Un solo anno è abbastanza per ammirare Fabrizio Brakus, slavo di origine e piemontese di adozione che ci delizia nel 1989-90: è un tiratore di quelli cinque stelle lusso, il primo grande tiratore dalla lunga distanza conosciuto a Tortona e il sesto posto in un girone senza liguri ma con le toscane è tutto fuorchè malvagio. Sui giornali di casa nostra ci racconta fatti di basket un certo Vacirca Gianmaria, da Isola Sant’Antonio, che forse non ha mai fatto canestro ma pare che ne mastichi, ha cuore bianconero e dicono potrebbe arrivare in alto…

Si cambia decennio, per il basket è l’anno del centenario, per noi l’anno in cui la Federazione ci volta le spalle. Finiamo nel girone umbro-toscano e gli aneddoti con le partenze in pullman di prima mattina, i ritorni all’alba, i film a luci rosse, le partite a carte e i racconti del Mancio non bastano a regalarci la salvezza. E’ il momento in cui si arruolano le nuove leve da Borasi a Lattuada passando per il binomio Arbasino-Canegallo, o meglio “Arba&Canè “ come fosse una parola sola. Presidente è Beppe Tava, un uomo che oggi non è con noi ma che ci ha aiutato ad esserci.

Share Button