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E’ l’età dell’oro. Il basket ci piace perché evolve, perché sa cambiare, stare al passo coi tempi di un’epoca che diviene moderna. Nel 1979 i professionisti americani scoprono che se tirano da molto distante, un canestro può valere 3 ed è una rivoluzione copernicana. Il Derthona guidato in società da Enrico Merli lancia in prima squadra due promesse: Paolo De Ros e Massimo Codevilla e li affianca a un talento istriano, Sergio Jurkovic. Si sale di giri, si allungano le trasferte, gli avversari diventano prestigiosi ma saliamo sulla giostra dei grandi, di uno sport che entra nelle case di tutti con i primi match in TV, col Palazzone di San Siro e il Billy di Milano, con le prime partite che arrivano da un altro mondo, dalla NBA che conosce due tizi interessanti. Uno è bianco, arriva da Indiana e si stabilisce a Boston, l’altro è nero, ha il fisico del centro ma gioca play, ha studiato a Michigan State e prende casa in California: se non avete capito chi sono, con voi ho perso le speranze.
Con la cessione di Codevilla, e le conseguenti lire, ci facciamo un bel po’ di campionati ma si diventa famosi per il clima del nostro campo, perché sembra di stare in Grecia quando arriva la Fossa dei Leoni.

“Leoni armati stiam marciando, siam la Fossa dei Leon…”
In trasferta a Tortona si gioca poco volentieri e si arbitra ancor meno allegramente ma il clima caldo non basta a evitare la retrocessione. Ci ripescano quasi subito e con Guido Ghisolfi primo dirigente si progetta un futuro che è già dietro l’angolo: Aldo Caenazzo è il coach, mentre Armana alleva la nidiata dei 1967-68 che qualche soddisfazione ce la farà togliere. Un paio d’anni di transizione, la promessa di alternarsi alla Presidenza poi arriva il 1983 e qui potremmo andare a memoria. E’ l’anno di Nantes, degli Europei di Meneghin, di Sacchetti, di Villalta ma a Tortona è l’anno di Licia Fassino presidentessa, di Teo Mitton da Alessandria, di Angelo Lorenzon da Valenza. Poi ci sono i nostri ragazzi: i Cermelli, Giovanni Lonardo, Enrico Marina, Adelio Ferrari, Marco Ghisolfi, Piero Fornasari, il grande Nereo. E’ il maggio del 1984, e dopo un campionato di vertice, ci si gioca tutto nella sfida col Carpi: vittoria in gara-1, sconfitta in gara-2, il destino è nella “bella” e Tortona si ferma per una sera perché sono tutti al Palazzettto, gente mai vista prima e mai più vista dopo. Marco Ghisolfi, dalla sua piastrella, non sbaglia nemmeno per scherzo, scrive 32 e manda Tortona in paradiso, in C1, e ripensare ai profughi dell’Istria, alla Caserma Passalacqua fa venire i brividi.

E’ il punto più alto.
Dura un anno soltanto, perché forse la C1 è troppo per noi, o forse perché la fortuna ci gira le spalle, fatto sta che se parliamo di 1984 preferiamo ricordare una data di novembre in cui sbarca a Tortona l’NBA: è il Four Roses, squadra in tournèè europea che fa tappa a casa nostra. Ci vorrebbero due Palazzetti per accontentare la voglia di basket, per applaudire Nate Tiny Archibald, talento che arriva da Brooklyn e che dall’altra parte del mondo ha vinto il premio di MVP, in una serata indimenticabile.

Ricordo più dolce della retrocessione, della consapevolezza che Ghisolfi è all’ultimo anno con le scarpe da gioco, che Gazzaniga si arrende alle ginocchia fragili. E’ la fine di un’era, ma non è la fine del Derthona Basket spinto dalle ragazze di coach Canegallo e con un gruppo di giovanotti che bussa alla porta del Palazzetto: per fare due nomi, ci sono Roberto Tava e Francesco Barabino che con la squadra juniores hanno attraversato mezza Italia e non hanno intenzione di smettere.

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